Il pifferaio alle soglie dell’alba

Il 4 agosto del 1967 usciva “The Piper at the Gates of Dawn” – Il pifferaio alle soglie dell’alba (titolo preso a prestito dal settimo capitolo del classico della letteratura inglese per l’infanzia, Il vento fra i salici dello scrittore scozzese Kenneth Grahame in cui i protagonisti Ratto e Talpa, attratti dalla musica misteriosa suonata da un flauto, incontrano il dio dei boschi Pan). Questo è il primo e ultimo disco dei Pink Floyd di Syd Barret (raggiunse il sesto posto nelle chart del Regno Unito). Registrato tra il 21 febbraio e luglio del 1967 nello studio 3 di Abbey Road, studios che contemporaneamente ospitavano i Beatles intenti a realizzare il capolavoro Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (a un certo punto il gruppo viene invitato nello studio 2, dove i Beatles stavano registrando Lovely Rita).
L’ album viene prodotto da Norman Smith, membro dello staff EMI che aveva progettato tutte le registrazioni dei Beatles fino al disco Rubber Soul.
Tutti i brani sono di Syd Barrett tranne “Take Up Thy Stethoscope and Walk“, composta da Roger Waters; i due strumentali “Interstellar Overdrive” e “Pow R. Toc H.” sono accreditati a tutti e quattro i Floyd.
Il disco si apre con “Astronomy domine“, il manifesto dei primi Pink Floyd: una voce che sembra provenire dallo spazio introduce l’irreale basso pulsante di Waters che simboleggia la connessione radio con la Terra, poi Wright esegue delle sinistre note (simili a quelle di Echoes di quattro anni più tardi) generando un tappeto sonoro stellare, poi è il turno della batteria di Mason che entra in scena in modo aggressivo. E poi c’è lui, Barrett che con la sua chitarra acida e alienata e con la sua voce melodica recita un testo che sogna la conquista dello spazio e dei pianeti del sistema solare: un resoconto di un viaggio stellare intrapreso da Barrett attraverso l’uso dell’LSD (leggenda narra che Syd durante il trip portò con se, per orientarsi, un libro di astronomia).
Il secondo brano è “Lucifer Sam“, dove il gatto Lucifer danza ritmi orientali, sorretto da un riff incalzante, accompagnato da tastiere che richiamano atmosfere orientaleggianti.
In “Matilda mother“, Syd veste i panni di un menestrello (anticipando di poco le tematiche fiabesche del progressive).
Flaming” è un collage di suoni e rumori catapultati in un’atmosfera sognante e cosmica. Il testo surreale (solo nelle nuvole/viaggio per telefono, non posso toccarti, ma dopo potrei – da solo nelle nuvole, dove tutto è blu), è un’istantanea di un viaggio mentale.
L’oscura “Pow R. Toc. H” è caratterizzata da un semplice giro di basso ripetuto fino all’infinito.
Take up thy stetoscope and walk“, è un esperimento di Waters basato sulla ripetizione ossessiva delle parole “doctor doctor”, testimonianza del ritorno dal “viaggio”.
Interstellar overdrive” è lo zenith compositivo di Syd che qui narra la cronaca di un viaggio umano nell’universo. Un riff oscuro introduce questa composizione su cui a turno, uno strumento mantiene in ritmo, mentre gli altri si lanciano in acide jam sessions. Nella mente di Syd ci sono astronavi che sfrecciano, asteroidi che si scontrano con alieni che guardano e alienati che subiscono, tempeste stellari, paradisi solo intravisti ma per gli umani irraggiungibili.
The gnome” è un’altra favola, ispirata dal Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, dal testo metaforicamente oscuro.
La mistica “Chapter 24” illustra alcuni insegnamenti di vita del confucianesimo ispirandosi all’I-Ching (Il Libro dei Mutamenti ritenuto il primo dei testi classici cinesi risalente al X secolo a.C.).
The scarecrow“, lo spaventapasseri, si basa su due nacchere e su un canto allucinato.
L’album si chiude con “Bike“: “Sveglia, il viaggio è finito, è tempo di tornare sulla terra”.
The Piper at the Gates of Dawn, la psichedelia allo stato puro, è il disco di Syd Barrett, che nel successivo A saucerful of secrets (1968) scriverà e canterà soltanto Jugband blues, suonerà la chitarra in un paio di pezzi per poi scomparire, lasciando il testimone a David Gilmour.
Syd in quest’album ha consegnato ai posteri splendide ballate immobili nel tempo, ricche di testi degni del miglior William Blake, perso e disperso nel suo mondo. L’unico piccolo passaggio tra universo artificiale e realtà, era per questo giovane e ispirato artista di Cambrigde, il palcoscenico.
Ma questo stargate per lui si chiuse troppo presto. Nessuno sa se il primo gruppo del giovane Syd sia stato The Abdabas o The Set, pochi sanno che della band facevano parte tre giovani architetti londinesi, Richard Wright, Nick Mason e Roger Waters, tutti invece conoscono il nome che il gruppo prese in seguito: Pink Floyd (a sceglierlo fu ancora una volta Syd citando due musicisti blues che apprezzava, Pink Anderson e Floyd Council) . Questa è Storia e The Piper at the Gates of Dawn ne è in qual che modo l’inizio e la fine.
I suoi amici gli riconosceranno sempre il genio e la paternità della band, dedicandogli un intero album Wish You Were Here (1975) e scrivendo per lui
Shine On You Crazy Diamond
«Remember when you were young
You shone like the sun
Shine on you crazy diamond
Now there’s a look in your eyes
Like black holes in the sky» «Ricordi quando eri giovane
Splendevi quanto il sole
Continua a brillare pazzo diamante
ora c’è uno sguardo nei tuoi occhi
come dei buchi neri nel cielo
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